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perchè leggere Il partigiano Bibi

Da due eravamo diventati tre partigiani ma, per il momento, uno dovevo portarlo in groppa

Contro la monumentalizzazione della Resistenza imposta innanzitutto dal partito in cui milita, Brighenti rompe gli schemi e dedica il libro in cui ricostruisce le vicende della 53° Brigata Garibaldi al suo cagnolino, il Bibi. Sia chiaro, non è la Resistenza vista con gli occhi di un cane, bensì l'occasione – più o meno consapevole – di raccontare un'esperienza fondante, avventurosa e straordinaria, irripetibile e formativa con uno schema che si toglie dalla struttura delle "vite dei santi" a cui invece tanti partigiani si ispirano. Il Brighenti ridà voce e fisicità ai protagonisti di quella vicenda, descrivendone luci e ombre, e questi non sono solo i suoi compagni, o i partigiani delle altre bande, o al più il nemico: sono i protagonisti del suo mondo di ragazzo di una frazione collinare della provincia bergamasca che viene da una famiglia contadina e emigrante: sono gli anziani, sono i contadini, sono i giovani, sono soprattutto le donne, quell'anello forte a cui ha dato voce Nuto Revelli e che anche per il Brach sono i capisaldi della vita. E sono gli animali, il Bibi, certo, ma l'oca della Crista, l'asino del moina, le galline della Genoara, ma anche i pidocchi e le pulci....uno zoo fantastico ma assolutamente reale.
Un libro da leggere, da rileggere, da far leggere e spiegare anche ai bambini, ai nostri ragazzi (e non spaventiamoci, se per loro sarà come leggere di dinosauri e draghi, il tempo della storia cambia a seconda della prospettiva degli anni con cui la si vive): perché è un bel libro, è un libro avvincente, perché parla di quei venti mesi con gli occhi di un protagonista che sa raccontare, e perché è pieno di una profondissima umanità, come vi dicevo, di una solidarietà (Mario Ravaglia, di Giustizia e Libertà che li affianca per i rifornimenti, e Bepi Lanfranchi, comandante della Brigata GL "Camozzi" che manda i viveri per il giorno del durissimo Natale 1944) e di un senso di giustizia profondo. Un esempio su tutti: il partigiano che viene giustiziato perché tenta di consegnarsi ai fascisti mettendo a rischio il resto della brigata ha diritto alla comprensione, ma non all'assoluzione. E se alla fine vi viene voglia di saperne di più, ricordatevi che Brighenti ha scritto un altro libro di memorie (Dopo il mese di aprile. autobiografia di un giovane comunista 1945-1953, Bergamo, 1987) ma anche di tanti altri libri e documenti, testimonianze edite o conservate all'Isrec e non solo).

Giuseppe Brighenti, Il partigiano Bibi, Bergamo, 1983 (ristampa 2015)

Ev, agosto 2015

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