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Padre Turoldo tra Resistenza e dopoguerra

Giovedì 15 ottobre 2015, ore 17.30 alla Fondazione Serughetti La Porta in viale Papa Giovanni XXIII, 30

Per il terzo incontro del ciclo La Resistenza come categoria etica, Paolo Zanini, autore del libro "David Maria Turoldo testimone del Novecento" parla dell'esperienza di Turoldo tra Resistenza e dopoguerra. "L'Uomo e lgli anni della Corisa dei Servi".
Organizzano la Fondazione Serughetti La Porta e la Biblioteca "Di Vittorio", in collaborazione con il Priorato di S. Egidio

 

La Resistenza
come categoria etica e spirituale
David Maria Turoldo

Dopo quarant'anni...
1945-1985. E oltre la stanchezza di molti, e quasi – per altri – il disagio e la vergogna a ricordare. E non rara malvagità di giudizi. E giovani, soprattutto giovani, generazioni senza memoria. «Dopo quarant'anni di solitudine e deserto», ecco il titolo che ero tentato di premettere alla presente piccola raccolta.
Perché un così alto richiamo per una tanto umile testimonianza, dedicata al quarantesimo
anniversario di quella che avrebbe dovuto essere liberazione dell'Italia dal fascismo e dal nazismo? e da ogni violenza e umiliazione e miseria.
Sì, insieme al mio fratello di convento, Camillo de Piaz, ho fatto la Resistenza: con molti giovani cattolici, e comunisti, e socialisti, e del Partito d'Azione, e altri; con Curiel e Gillo Pontecorvo, e Teresio Olivelli, quello della «Preghiera del Ribelle»; e con Mario Apollonio e amici dell'Università Cattolica, e altri ancora. Sì, in molti avevamo lottato e sperato insieme.
Sperato in che cosa: in simili risultati? No! Ed è inutile che mi attardi a dire le ragioni di questa profonda delusione. Lo sanno tutti gli anziani, i sopravvissuti, se appena ne hanno conservato un'illuminata memoria. Lo possono sapere anche i giovani, se appena ne vogliano prendere coscienza (basterebbe che leggessero, o rileggessero, le «Lettere dei condannati a morte dell'Italia e dell'Europa»); se appena vogliano accertarsi di persona sulla realtà di quei giorni e di quegli anni che parevano un terribile vulcano in eruzione, in maledetta eruzione di fuoco e cenere e sassi; centinaia di vulcani esplosi dal cuore della terra: meglio, esplosi da oscurità insondabili nel cuore della Follia; quali possono esplodere di nuovo da un momento all'altro, e più incontenibili ancora, più deliranti. Tempi segnati da furori di morte. E anzi, neppure di morte, ma di «oltre-morte».
E allora: da chi e da che cosa ci siamo liberati? Sono stati veramente vinti e «sepolti in mare cavalli e cavalieri» del Faraone? O piuttosto, non si è abbattuto un Faraone e assistito alla comparsa di altri Faraoni? Oh, quanti fascismi, e nazismi, e razzismi ancora! Già: il fascismo non è un'ideologia appena, il fascismo è un sesso!
Dicevo del perché del richiamo: «Dopo quarant'anni...», di questo riferimento preciso, per chi non lo sapesse, al primo Esodo; all'Esodo di Israele in lotta contro il Faraone per liberarsi dalla schiavitù egiziana: il primo grande evento che definisce la stessa storia dell'umanità quale storia di una continua liberazione.
Perché a liberarci non sono gli uomini e le ideologie. Se è un uomo a liberarmi, io sarò schiavo di quell'uomo. Per questo nella Bibbia è detto che non è Mosè che libera: nel caso, tu saresti schiavo di Mosè.
La liberazione è molto più misteriosa e radicale, tanto da travolgere e superare ogni ideologia. Ogni ideologia, per quanto rivoluzionaria, una volta arrivata al potere sarà sempre una forza conservatrice: se non altro, per conservare il potere che ha conquistato. È così anche per il cristianesimo, qualora lo si riduca a ideologia. La libertà trascende tutti i miti. Ed è la ragione per cui la libertà è molto rara, e costosa, e difficile. Perciò gli stessi ebrei nel deserto, a volte, rimpiangevano la loro schiavitù...
E dunque, perché questo richiamo?
Perché il Faraone non è stato vinto. Perché ne sono succeduti altri, ugualmente oppressori e schiavisti.
Perché non avrei mai immaginato, dopo tante speranze, che ci saremmo ritrovati in queste
condizioni: provate solo a pensare a questa Europa. (Senza pensare, non dico agli stati dell'Est, cui pensiamo da sempre – per fortuna –; ma, nel contempo, pensare agli stati dell'America Latina e a molti stati del Terzo Mondo: almeno tentare di pensare, pensare a intervalli almeno!)
Perché ho imparato sulla pelle che la liberazione è sempre un miraggio, e che raramente è una realtà; o meglio, un miraggio da realizzare tutti i giorni.
Perché ho imparato che ogni uomo – e tanto più un cristiano - deve ritenersi sempre un
«resistente»: uno nel deserto, appunto.
Perché la Terra Promessa è sempre da raggiungere; come il «Regno» ha sempre da venire; e Cristo è per definizione «posto a segno di contraddizione tra le genti». Perciò la Resistenza fa corpo con lo stesso essere cristiano.
Ho scritto un giorno: «Beati coloro che hanno fame e sete di opposizione»; oggi aggiungerei: «Beato colui che sa resistere».

da: Ritorniamo ai giorni del rischio. Maledetto colui che non spera” Servitium, Sotto Il Monte, 1985 (n.e. 2013)

 

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