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VACCINO E LAVORATORI, PERACCHI, CGIL DI BERGAMO: "LA PRIORITÀ ALLA PROFILASSI. SENZA NON CI SARÀ RIPARTENZA"

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È entrato nel vivo, in questi giorni, il dibattito sull’obbligatorietà o meno del vaccino anti-Covid in relazione alla condizione di lavoratore dipendente. Sul tema interviene Gianni Peracchi, segretario generale della CGIL di Bergamo.

“Dopo una prima fase in cui la discussione si è sviluppata con una certa riservatezza, stanno emergendo pubblicamente diversi e autorevoli pareri in merito. Va subito precisato che il vaccino, ad oggi, non è ritenuto obbligatorio. Ma uno dei temi posti è se il rifiuto a sottoporsi alla profilassi vaccinale sia compatibile con un rapporto di lavoro subordinato. Scarpelli, Ichino, Guariniello e, recentemente, Pizzolato affrontano l’argomento con sfumature diverse e, naturalmente, con interpretazioni diverse. Tuttavia convengono sull’ipotesi che vaccinarsi non sia in linea generale obbligatorio ma che, in alcuni perimetri e per alcune professioni, la vaccinazione potrebbe ravvisarsi come condizione (probabilmente temporanea, fino al raggiungimento della cosiddetta immunità di gregge) per svolgere la propria attività. Nel nostro ordinamento abbiamo già, peraltro, situazioni analoghe per alcune profilassi, tese a tutelare la salute del lavoratore e di altri soggetti con cui viene a contatto nell’ambito della propria attività.

Infatti, alcune professioni e prestazioni consistono principalmente nell’assistenza e nella cura di persone fragili o ammalate. In questi casi si pone, quindi e a maggior ragione, il tema della tutela della propria e dell’altrui salute.
Vedremo, credo presto, come evolverà questa discussione sul piano normativo e contrattuale.

Non è però oggi questa, a mio parere, la priorità da affrontare. Prendo a prestito una riflessione, totalmente condivisibile, di un caro amico: la priorità politica e sindacale, certamente a livello confederale, dovrebbe essere quella di sostenere fino in fondo, con determinazione, senza alcun indugio e fornendo tutte le informazioni che la scienza mette a disposizione, una campagna volontaria di massa e gratuita per vaccinarsi.
Che il vaccino si possa mettere a disposizione anche dei paesi e delle popolazioni che non sono oggi in grado di poterlo acquistare. È la condizione indispensabile per uscire, il più rapidamente possibile, da questa maledetta pandemia.
Con tutte le positive conseguenze che ciò comporterebbe e che riguardano i rapporti sociali, quelli economici, il ritorno alla normalità e una sana ripresa da rivedere affinché sviluppi e rilanci il lavoro nel nostro paese e nel nostro territorio.
Abbiamo davanti mesi difficili da questo punto di vista, ristrutturazioni aziendali e di settore da affrontare, tutti temi che sono ben presenti nell’agenda sindacale, ma se non riusciamo a mettere in sicurezza il nostro ecosistema dal punto di vista sanitario, sarà difficile, se non impossibile, governare con equilibrio questi processi.

È stato compiuto uno sforzo formidabile, come non mai, in termini risorse e di collaborazione a livello mondiale per mettere a punto una risposta, in tempi rapidissimi e con tutte le garanzie scientifiche e di sicurezza necessarie, che potesse sconfiggere questo nemico invisibile e pericoloso, cha ha mietuto e che sta ancora mietendo vite umane. E qui da noi lo sappiamo bene.
La campagna vaccinale sta incontrando ancora troppe resistenze ‘culturali’ e troppi intoppi organizzativi che vanno superati. Per quanto riguarda la nostra Regione credo non ci siano più nemmeno lacrime per piangere. Il livello di incapacità e di impreparazione è stato dimostrato nei fatti, reiteratamente.
L’auspicio è di un rapido ravvedimento e anche in questo caso la mobilitazione e le pressioni del sindacato possono essere d’aiuto.

In conclusione voglio richiamare una considerazione, condivisa sul nostro territorio anche da autorevoli voci: non possiamo e non dobbiamo permetterci di avere più paura del vaccino che del Covid. Sarebbe un paradosso e così non ne usciremo mai”.