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DECRETO DIGNITÀ, altre osservazioni dopo l’entrata in vigore del 14 luglio

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Sulle disposizioni in materia di tempo determinato contenute nel decreto 87 del 10 luglio, più noto come Decreto Dignità, entrato in vigore il 14 luglio, si sono levati molti scudi, soprattutto da parte imprenditoriale.



Hanno fatto discutere la polemica sulla “manina” che avrebbe, nottetempo, modificato la relazione tecnica di accompagnamento che esplicitava il rischio di perdere posti di lavoro, e la protesta delle associazioni datoriali per la introduzione di vincoli eccessivi che, anche a parer loro, nuocerebbero all’occupazione.
Per inciso, è stato chiarito che la relazione di Inps e Ragioneria dello Stato era nota al Ministero ben prima della emanazione del decreto.
A mio avviso sarebbero ben altre le critiche da muovere al provvedimento, come la assoluta inadeguatezza rispetto alle solenni promesse fatte in campagna elettorale o l’inopportunità di enfatizzare misure irrilevanti sul piano sostanziale (insomma, sotto il vestito niente), gonfiate ad arte in questa sorta di gara mediatica tra Di Maio e Salvini.
In ogni caso è bene (ri)precisare alcune questioni.
La prima è che non ci sono incentivi alla trasformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, che con la precedente legislatura avevano invece ben funzionato.
La seconda è che non si prevede una fase transitoria, per cui si rischia di punto in bianco di interrompere rapporti di lavoro a tempo determinato (che siano collocati, ad esempio, nel quinto rinnovo o che abbiamo superato i 24 mesi).
La terza è che il raddoppio delle penali in caso di licenziamento illegittimo è praticamente nullo. Rimangono infatti in vigore le penali di due mensilità per ogni anno di lavoro e vengono soltanto aumentate le quantità minime e massime consentite.
Quindi una persona assunta dopo il 2015 e licenziata, con solo due anni di lavoro alle spalle, avrà un indennizzo di 6 mensilità invece che di 4 come prima, ma per chi, assunto dal 2015, venisse licenziato da qui ai prossimi 12 anni l’indennizzo rimarrà uguale e cioè due mesi per ogni anno di anzianità. Se la normativa non dovesse variare avrà un incremento dell’indennizzo fino ad un massimo di 36 mensilità chi, licenziato, avrà un anzianità compresa tra i dodici e i diciotto anni, sempre dopo il 2015.
E, come volevasi dimostrare, nulla si dice rispetto al reintegro sul posto di lavoro.
Di converso, bilanciando in questo caso le perplessità espresse da Confindustria, non c’è alcun impedimento per un imprenditore di stabilizzare un lavoro dopo 4 rinnovi e dopo 24 mesi.
Insomma: all’impresa che ha bisogno di lavoro a termine rimangono ancora strumenti di flessibilità ampi, anche se riperimetrati, giustamente, rispetto a prima.
Dal limite di 5 rinnovi si scende a 4 e dal massimo di 36 mesi si scende a 24.
Per quanto riguarda la reintroduzione delle causali, che penso sia la vera preoccupazione degli imprenditori immaginando il rischio di un aumento del contenzioso, sarà sufficiente motivare con buone e solide argomentazioni il ricorso al tempo determinato superiore e/o superati i 12 mesi.
Detto tutto questo, a me piacerebbe si riprendesse a discutere di merito, di pensioni, di ammortizzatori sociali, di politiche attive del lavoro, di investimenti e di sostegno allo sviluppo, di investimenti e di sostegno ai percorsi di apprendimento e formazione continua, di valorizzazione del capitale umano, di come affrontare la trasformazione meccatronica e digitale che cambierà il lavoro e con esso tutta la società.
Ho invece l’impressione che oggi, e vale per il lavoro come per temi altrettanto importanti come l’immigrazione, la solidarietà, la coesione sociale, la sicurezza, vada per la maggiore l’audience, la semplificazione e la “distorsione” mediatica.
Un ottimo espediente per distogliere l’attenzione dai problemi reali ed aumentare, ad arte, la divaricazione tra realtà e percezione della realtà, per forgiare la “opinione pubblica”.
Già oggi, purtroppo, il nostro Paese è collocato molto in alto nella classifica internazionale del cosiddetto indice di ignoranza, vale a dire lo scostamento tra dati percepiti e dati ufficiali.
Sarebbe utile provare a migliorarla quella classifica.

“LA CRISI, LE MIGRAZIONI, IL RAZZISMO: LA RISPOSTA DEL LAVORO OLTRE LE PAURE”. Convegno Filcams CGIL al Fabric, venerdì 13 ore 15.30

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“Prima di condannare il più fragile e il migrante, dovremmo interrogarci sul perché le condizioni strutturali della nostra economia inducono molte aziende ad offrire un lavoro poco specializzato e qualificato, oltre che poco retribuito, in molti casi vicino allo sfruttamento”: è questa la grande questione su cui si interrogheranno gli ospiti del convegno organizzato dalla Filcams CGIL di Bergamo, organizzato per venerdì 13 alle 15.30 al Fabric, negli spazi della ex Reggiani di via Giulio Cesare 33 a Bergamo.



All’incontro, intitolato “La crisi, le migrazioni, il razzismo: la risposta del lavoro oltre le paure”, parteciperanno Elly Schlein, europarlamentare; Sergio Gandi, vicesindaco di Bergamo; Omar Piazza, vicepresidente Confcooperative; Mario Colleoni, segretario generale Filcams CGIL Bergamo. Modererà il giornalista RAI Sergio Carrara.
Spiega il segretario Filcams CGIL di Bergamo, Mario Colleoni: “Con autorevoli interlocutori ragioneremo su quale ruolo debbano avere i singoli Paesi in merito alla gestione delle politiche di accoglienza, proveremo anche a sfatare alcuni miti e a capire come i migranti generino spesso per le economie e per sistemi previdenziali, in particolar modo del nostro Paese, dei benefici. Il nostro modello economico spesso genera una competizione tra italiani e stranieri concentrata solo in alcuni settori, definiti poveri, e questo è probabilmente ancora più pericoloso. Nel campo dei lavori mediamente poco specializzati, quali la ristorazione, la logistica, l’agricoltura, l’area colf e badanti e le pulizie, capita che il più fragile e malleabile spesso è preferito dai datori di lavoro. Certo è banale ricordarlo, ma questo non dovrebbe essere un problema del più debole, ma semmai di chi riduce il campo delle opportunità e attua politiche dedite a ridurre salari e diritti sociali. Mentre in questa fase storica, troppo spesso, anche i più fragili aderiscono alla guerra fra poveri”.

FLAI, FAI E UILA: “NO A UN TAGLIO DEI DIRITTI IN AGRICOLTURA, GLI STRUMENTI PER LA FLESSIBILITÀ ESISTONO GIÀ”

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Le segreterie di FLAI Cgil, FAI Cisl e UILA Uil di Bergamo esprimono la loro grande preoccupazione a seguito delle dichiarazioni dell’assessore all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdi di Regione Lombardia, Fabio Rolfi, che commentando il testo del “Decreto dignità” licenziato dal Consiglio dei ministri, sostiene che i voucher siano necessari per il lavoro stagionale in agricoltura.

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