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Il "chiudiamo tutto" di Regione Lombardia diventa nei fatti un chiudere niente

L’irresistibile pulsione di Regione Lombardia a volersi differenziare dal Governo nazionale, anche in momenti di gravissima difficoltà fa solo confusione e danno

Con un percorso difficile e complesso il Governo ha pubblicato, col DPCM 22 Marzo, l’elenco delle attività produttive ed economiche possibili mentre tutte le altre vengono sospese. Un lavoro difficile, concordato con le parti datoriali e sindacali, difficile perché si tratta di individuare concretamente quali attività è assolutamente indispensabile che restino attive e quali invece no.
Mentre questo lavoro procedeva, nei giorni scorsi, è continuata un’irresponsabile e martellante campagna di Regione Lombardia all’insegna dello slogan “chiudiamo tutto!”; uno slogan, appunto, che se applicato così com’è stato proclamato, avrebbe portato alla paralisi del Paese, comprese le attività sanitarie.

La nomina di Bertolaso: una dannosa trovata pubblicitaria

La nomina di Bertolaso: una dannosa trovata pubblicitaria.
NON SARÀ UN IMPROVVISATO MESSIA CHE CI POTRÀ SALVARE

Anche se fosse un premio Nobel – e non lo è – non potrebbe farci nulla. Non potrebbe farci nulla perché i problemi sono grossi e non risolvibili con la trovata di chiamare un “salvatore”.
In primo luogo perché ci sono problemi oggettivi, indipendenti dalle scelte politiche, e si tratta del fatto che il virus 2019-nCOV è nuovo e sconosciuto e per l’uomo non esiste un’immunità preesistente, come si vede dalla rapidissima diffusione, ormai planetaria.

MENINGITE: indebolire i servizi sanitari non aiuta

Una riflessione su come sono stati affrontati i casi di meningite in provincia di Bergamo.
MENINGITE: INDEBOLIRE I SERVIZI SANITARI NON AIUTA

Ad esprimere critiche in momenti di difficoltà si corre il rischio di fare la parte del disfattista. In realtà se le critiche sono finalizzate a migliorare, e non sono sterili polemiche, si tratta di contributi per riuscire ad affrontare con meno disagi e più successo le difficoltà. E le difficoltà ci sono state nella vicenda meningite iniziata il 2 dicembre con il primo caso.
Per affrontare le malattie infettive si sono messe a punto, soprattutto dopo la grande riforma del 1978 con la Legge 833 che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale (tra i cui compiti c’era la prevenzione), misure che hanno creato una rete protettiva nei territori.
Per esempio, nella provincia di Bergamo, fino a pochi anni fa, fino cioè alla “riforma” del servizio sanitario lombardo, esistevano 14 Distretti, poi scesi a 7, ciascuno dei quali con un medico come direttore e con un altro medico come direttore sanitario. 14 strutture, quindi, con il compito specifico di organizzare il servizio sanitario nel territorio e di vigilare sugli aspetti epidemiologici. Questa rete è scomparsa: pian piano i Distretti si sono ridotti a sportelli o poco più; sono passati da 14 a sette e ora, con la “riforma” lombarda, solo a tre e assegnati alle neonate ASST che hanno dato vita a nuove strutture denominate PreSST, ma a distanza di quasi cinque anni dalla “riforma”, non ne è stato ancora precisamente definito il ruolo: l’ultima DGR in materia, (la 2019 del 31 luglio scorso) parla ancora di “prime indicazioni” per un loro riordino.

Bonus regionale assistenti familiari

seppur lentamente e con molti limiti la situazione comincia a sbloccarsi.
Ora il via alle domande di bonus.

ma il problema dell’assistenza domestica a persone non autosufficienti richiede misure di ben altra qualità.

La Legge Regionale istitutiva è del 2015, poi si sono succedute varie delibere ma finora nessun effetto pratico: nessuna domanda di bonus poteva essere accolta perché mancava un requisito fondamentale cioè l’iscrizione al “registro territoriale” dell’assistente familiare (la “badante” per usare un termine ormai diventato di uso comune, anche se svalutativo sia di chi assiste sia di chi è assistito); senza questo requisito la famiglia non poteva accedere al bonus. La legge del 2015, infatti, prevedeva che per l’iscrizione al Registro l’assistente familiare, se straniera, dovesse essere in possesso di una certificazione di conoscenza della lingua italiana di “Livello A2”. La richiesta è senz’altro giusta: chi assiste deve saper comprendere la lingua dell’assistito ed esprimersi in modo comprensibile, ma per diverse cause questo requisito è finora quasi del tutto non raggiunto o irraggiungibile. Da un lato gli orari di lavoro delle assistenti familiari sono molto ampi e non permettono, o quantomeno rendono difficilissimo, frequentare corsi. Dall’altro, se anche l’assistente familiare riuscisse a trovare il tempo (rinunciando ai periodi di riposo) non c’è un’offerta sufficiente di corsi e di sedute d’esame per conseguire la certificazione di Livello A2.
Per sbloccare la situazione, Regione Lombardia ha deciso di ritenere equivalente alla certificazione A2 (che può essere rilasciata solo da quattro istituzioni a livello nazionale) anche il Permesso di soggiorno di lunga durata (la “Carta di soggiorno”) per ottenere il quale è comunque necessario superare un test di conoscenza della lingua italiana. Questa decisione consente ora alle assistenti familiari extra-UE di iscriversi al Registro, ma non lo consente ancora alle assistenti di nazionalità Comunitaria (solo per i cittadini Extra UE è prevista, infatti, la Carta di soggiorno, per i cittadini UE non è necessaria). Un passo avanti, quindi, ma certamente con un grave limite essendo molte le assistenti familiari provenienti da paesi dell’Unione Europea (ad esempio dalla Polonia). Una limitazione che colpisce, in ultima analisi, le famiglie: l’impossibilità per l’assistente familiare di iscriversi al Registro impedisce alla famiglia di accedere al bonus.
Un’ulteriore limitazione è costituita dal fatto che il destinatario del bonus è il “datore di lavoro” cioè o direttamente l’assistito o un familiare dell’assistito. Non viene preso in considerazione il caso di famiglie che si rivolgono a cooperative o ad agenzie private di somministrazione di personale: tipologie di rapporti di lavoro che, quando non sono utilizzati da finte cooperative speculative o da agenzie al limite, o oltre il limite, della legalità (caporalato, sfruttamento di mano d’opera ricorrendo all’applicazione di contratti di lavoro stranieri, ricorso a finte partite IVA …) rappresentano una buona soluzione per le famiglie perché garantiscono la formazione del personale e la sostituibilità in caso di sua assenza.
Ma la limitazione principale è,senza dubbio, lo scarso finanziamento della misura regionale: per la provincia di Bergamo solo 214mila euro, che equivalgono a circa 150-200 bonus, una cifra irrisoria rispetto alle migliaia e migliaia di rapporti di lavoro esistenti (oltre 10mila, secondo l’INPS, escludendo le prestazioni “in nero”). Il fatto, poi, che il bando preveda l’erogazione dei bonus secondo l’ordine di presentazione della domanda rappresenta un'ulteriore criticità che rischia di penalizzare chi deve ancora mettersi in coda per la certificazione ISEE o per i vari SPID e PIN necessari per accedere allo sportello on line della Regione.
Per le dimensioni che ha raggiunto il fenomeno, per la sua rilevanza sociale, per la qualità stessa di questo servizio assistenziale, è necessario che la Regione lo affronti con più serietà e meno propaganda.

Scarica: scheda informativa con requisiti di accesso e documentazione richiesta. Modello domanda. Nella scheda sono indicati anche i servizi CGIL che offrono consulenza e assistenza per l'iscrizione al Registro Territoriale e per la domanda di bonus.

Bergamo. 4 dicembre 2019.
(or amb)

Reddito di cittadinanza: fotografia di una frattura nazionale

I dati pubblicati dall’INPS su Reddito e Pensione di Cittadinanza fotografano la realtà delle profonde disuguaglianze tra regioni ricche e regioni povere e dell’esistenza di condizioni di povertà anche nelle regioni ricche.
La provincia di Bergamo, che è 18a per reddito medio pro capite, risulta 15a per minor accesso al Reddito di Cittadinanza

Anche se lo si sa già, fa sempre una certa impressione vedere fotografata implacabilmente dai numeri la profonda frattura che divide l’Italia tra regioni in cui la povertà è limitata a percentuali minime e regioni con condizioni povertà estese e radicate. È questo il quadro che esce dai dati ufficiali pubblicati dall’INPS rispetto agli assegni attivati per il Reddito di Cittadinanza (RdC) e per la Pensione di Cittadinanza (PdC), analizzati ed evidenziati nei nostri grafici e nelle tabelle allegati.
I dati sono speculari a quelli delle dichiarazioni dei redditi: le regioni e le province con i redditi medi più alti hanno i numeri più bassi di accesso a reddito e pensione di cittadinanza, e viceversa. Ma non sempre: vi sono province, come Milano (al primo posto in Italia per reddito medio, ma solo al 40° per minor numero di percettori RdC) o, al contrario, Trento, Bolzano e Aosta sempre con redditi medio alti (nei primi della classifica) e che però hanno un basso e bassissimo accesso al reddito di cittadinanza: segno che c’è una migliore distribuzione dei redditi e minori disuguaglianze sociali rispetto ad altre province del ricco nord come Milano o Brescia.
Bergamo è 18° per reddito medio pro capite e 15° per minor accesso al RdC: una condizione quindi più equilibrata, che vede comunque distanze sociali ma un numero ridotto di situazioni estreme.
I grandi divari esistenti tra le regioni italiane segnalano che la misura del Reddito di Cittadinanza è insufficiente, magari utile, ma non certamente in grado di ridurre le distanze se non accompagnata da politiche economiche di sviluppo e creazione di lavoro vero, non assistito.