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Un nuovo grave caso di corruzione nella sanità lombarda

Un nuovo grave caso di corruzione nella sanità lombarda
DAI PIANI ANTICORRUZIONE DELLE AZIENDE SANITARIE EMERGE CHE LA LOTTA ALLA CORRUZIONE NON È PRESA SUL SERIO E NON È UNA PRIORITÀ
l’impronta mercantile della sanità lombarda favorisce i fenomeni corruttivi e la formazione di un ceto dirigente non orientato a spirito di servizio

Dopo l’ennesimo grave scandalo nella sanità lombarda è necessario cercare di capire meglio quali sono le ragioni profonde di questi fenomeni, come vengono contrastati, cosa si dovrebbe fare; certamente non basta fermarsi alla cronaca (un déjà vu: tangenti, pazienti sottoposti ad operazioni chirurgiche di cui non avevano bisogno, insaziabile sete di ricchezza da parte di dirigenti e medici già ricchissimi …).

Sulla carta non mancano le rigorose misure, come le gride manzoniane. Le quattro aziende bergamasche (le tre ASST e l’ATS) non hanno mancato di produrre i loro bei Piani triennali anticorruzione, come prescrive la Legge; ma leggendoli si ha un po’ l’impressione di misure di routine: decine e decine di pagine, sempre uguali, che fanno l’elenco delle leggi, delle delibere regionali, delle risoluzioni dell’ANAC, che individuano quali sono le aree a rischio, che elencano le procedure di trasparenza, audit, formazione … Peccato che poi, come in questo ultimo caso (e in molti dei precedenti), i fenomeni corruttivi non si sono presentati in quelle che i Piani definivano come le aree ad alto rischio (per lo più le procedure e gli uffici amministrativi) ma nella quotidiana normale attività sanitaria.
L’inefficacia di questi Piani trapela dalle Relazioni Annuali dei Responsabili aziendali della prevenzione della corruzione. Il Responsabile per l’ATS dice esplicitamente che è impossibile applicare l’obbligatoria misura nazionale anticorruzione della rotazione dei dirigenti negli incarichi a rischio “sia per effetto della carenza di personale sia, in alcuni casi, per la notevole specializzazione delle attività”; la stessa constatazione la si trova nelle Relazioni delle ASST di Treviglio e Seriate. Le Relazioni dell’ASST di Bergamo Papa Giovanni, dell’ASST di Treviglio e dell’ATS lamentano che il Responsabile aziendale anticorruzione ha molto altro da fare e non ha tempo a sufficienza per seguire anche questo problema. Infatti, per questo ruolo le aziende scelgono un dirigente già a capo di dipartimenti e quindi con altri incarichi; è evidente che la lotta alla corruzione non è presa sul serio e non è una priorità. Ma non è solo questione di tempo a disposizione, quanto di possibili situazioni di conflitto di interesse o quanto meno di inopportunità, dal momento che (tranne all’ATS dove il Responsabile è un veterinario) nelle ASST i responsabili sono dirigenti di settori amministrativi o legali, chiamati quindi a sorvegliare anche se stessi e il proprio quotidiano operato.
Che i problemi non possano essere affrontati (solo) con misure sul fronte delle procedure amministrativo-burocratiche emerge anche da altri dati riportati dalle Relazioni dei Responsabili aziendali per l’anticorruzione. Le segnalazioni di illeciti da parte del personale (Whistleblowing) sono quasi nulle: un caso al Papa Giovanni, uno a Treviglio, zero a Seriate, zero all’ATS. Questo perché o è difficile da parte del personale individuare i comportamenti illeciti di colleghi e dirigenti, o perché è diffuso il timore di ritorsioni (timore non ingiustificato, da quanto abbiamo avuto occasione di accertare in alcuni casi del passato), o anche perché, purtroppo, è ancora diffusa l’idea che denunciare un caso di illecito sia “fare la spia” e non svolgere un ruolo di cittadino a difesa della legalità. Su questo versante si sono dimostrate più produttive le autorità “esterne”, con meno condizionamenti, come i revisori dei conti, la magistratura, ma anche gli Uffici di Pubblica Tutela là dove sono stati in grado di raccogliere segnalazioni e proteste degli utenti.
Un terreno favorevole ai fenomeni corruttivi l’ha creato la trasformazione che ha subito, particolarmente in Lombardia, la Sanità: la sua trasformazione in mercato, l’espansione quantitativa delle prestazioni, anche se inutili o dannose (fa carriera il primario che fa “volumi”, non quello che cerca di limitarsi al necessario – e non solo nel privato, come si è visto anche in quest’ultimo caso), la trasformazione della normale attività assistenziale quotidiana in mercato commerciale. Il timore, ora, è che questo mercato si espanda anche alla sanità di base, alla presa in carico dei pazienti cronici, con la marginalizzazione del medico di medicina generale e la sua trasformazione da guida e aiuto e per i pazienti, a nuova “unità d’offerta”, erogatrice di prestazioni in competizione con le altre.
Oltre a necessari cambiamenti nelle regole di funzionamento del sistema – che finora non si vedono all’orizzonte – vanno sostenuti cambiamenti “culturali”, privilegiando la dimensione etica e di servizio che deve avere la sanità, valorizzando la cultura della legalità, favorendo la partecipazione attiva di personale sanitario e utenti. In questa direzione devono andare anche le scelte nella nomina dei dirigenti, ad ogni livello.

Bergamo. 11 aprile 2018.
(or amb)