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Rapporto SDA-Bocconi. Condizioni economiche e accesso alle cure

CONDIZIONI ECONOMICHE E ACCESSO ALLE CURE:
IL RAPPORTO SDA BOCCONI CONFERMA L’ESISTENZA DI PROFONDE DISUGUAGLIANZE
Anche l’attuale campagna conto i presunti “falsi disoccupati” evasori dei ticket allontana i settori più poveri dall’accesso alle cure.

Uno studio della SDA Bocconi, reso pubblico ieri, ha documentato quanto già era ben noto circa i condizionamenti economici nell’accesso alle cure. In estrema sintesi, il Rapporto “La spesa sanitaria delle famiglie italiane per voci di spesa” dice che le cure pagate direttamente dalle famiglie (la cosiddetta spesa “out of pocket”) è più alta nelle regioni più ricche (e questa è un’ovvietà) e che le regioni più ricche (e anche questa è un’ovvietà) sono proprio quelle dove il servizio sanitario funziona meglio, come documentato dalla “Griglia LEA” che indaga l’attuazione dei LEA in ogni regione. Ma sono due ovvietà non banali che si prestano a riflessioni interessanti. Infatti il Rapporto consente di dedurre che, dove il servizio sanitario offre meno, i cittadini chiedono meno; cioè si conferma che nel campo della salute è decisiva l’offerta (quindi sono la qualità e quantità dei servizi che determinano la domanda); in secondo luogo dal Rapporto si deduce che ci si cura di meno nelle famiglie con meno risorse economiche (cioè l’universalismo è solo nominale se non ci sono anche livelli di uguaglianza sociale accettabili).


Nasce però un interrogativo: il maggior accesso alle cure nelle regioni “ricche” riguarda cure necessarie o inappropriate? Certamente una dose di in appropriatezza è presente (il Rapporto è finanziato da un fondo bancario di sanità integrativa e non si dilunga su questo aspetto), ma il recente Report ISTAT “INDICATORI DI MORTALITA’ DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE Anno 2016” consente di completare l’analisi: “scorporato l’effetto della struttura per età, si evincono rischi di morte più elevati nel Mezzogiorno dove il tasso standardizzato è pari all’8,8 per mille. Particolare peso specifico in tale contesto è quello assunto dalla Campania (9,6 per mille) e dalla Sicilia (9 per mille)” a fronte del 7,4 di Trento, del 7,6 di Bolzano, del 7,8 di Toscana, Umbria e Lombardia, del 7,9 di Emilia e Veneto … Si conferma, quindi, che lo svantaggio economico (cui si associano quello culturale e sociale) ha come conseguenza non solo un minore accesso alle cure ma anche una più debole cultura della salute e di cura di sé, frutto anche di una minore attività di prevenzione dei servizi regionali.
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Queste riflessioni possono risultare utili anche per esprimere un giudizio netto su quanto sta avvenendo a proposito dei verbali di sanzioni per “false” autocertificazioni di esenzione dal pagamento dei ticket sanitari. Dopo l’ondata degli over-65enni è ora la volta dei “falsi” disoccupati. Stanno infatti arrivando in massa verbali relativi a prestazioni diagnostiche e farmaceutiche di cui i sospetti falsi disoccupati hanno potuto usufruire con esenzione nel 2012. In realtà, i casi di cui abbiamo avuto diretta conoscenza per l’aiuto prestato nella redazione dei ricorsi, riguardano lavoratori a basso e bassissimo reddito, con periodi di lavoro molto frazionati (missioni di lavoro interinale ciascuna di pochi giorni, con contratti flessibili di lavoro intermittente, collaborazioni …). Per divergenze interpretative tra Ministeri e Regioni non viene data applicazione a un decreto (181/2000) per il quale la condizione di disoccupato non si perde “a seguito di svolgimento di attività lavorativa tale da assicurare un reddito annuale non superiore al reddito minimo personale escluso da imposizione [€ 8.000 all’anno – ndr]”. Questa ottusa e persecutoria lettura delle norme, oltre a penalizzare economicamente persone già svantaggiate, le allontana ancor di più dalle cure e aumenta le disuguaglianze di salute.

Bergamo. 09 novembre 2017.
(or amb)