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Quale futuro per gli ospedali di montagna?

Non è solo questione di “punti nascita”
QUALE FUTURO PER GLI OSPEDALI DI MONTAGNA?
utilizzare il periodo di tempo concesso dalla deroga che si conta di ottenere per progettare soluzioni che diano futuro e stabilità ai presidi di montagna

I “piccoli” ospedali, siano essi di montagna o di pianura, non possono ridursi ad erogare “in piccolo” gli stessi servizi sanitari dei presidi più grandi. Ma quali sono le prestazioni che possono essere erogate, in sicurezza, da strutture di piccole dimensioni e con volumi di attività ridotte?
Lo dice con chiarezza l’Accordo Stato-Regioni (D.M. 2/04/2015 n. 70 sugli standard ospedalieri):
In tali presidi ospedalieri occorre garantire una attività di pronto soccorso con la conseguente disponibilità dei necessari servizi di supporto, attività di medicina interna e di chirurgia generale ridotta. Essi sono strutture a basso volume di attività, con funzioni chirurgiche non prettamente di emergenza e con un numero di casi insufficiente per garantire la sicurezza delle prestazioni, il mantenimento delle competenze professionali e gli investimenti richiesti da una sanità moderna.”

Il Decreto prosegue, poi elencando i requisiti specifici e gli standard da rispettare. Si tratta di una norma non improvvisata ma frutto di lunghe riflessioni ed elaborata grazie al contributo di esperti e tenendo conto delle osservazioni avanzate da regioni e province con territori di montagna, sempre con la finalità di garantire alle popolazioni un servizio sicuro e qualificato.
Per assicurare, nella nostra provincia, un futuro a questi ospedali di base (non solo ai due di montagna) potrebbe essere utile adottare alcuni criteri, in parte già emersi nel dibattito pubblico e in parte già attuati:
- I “piccoli ospedali” dovrebbero maggiormente essere integrati con l’ospedale di riferimento (S. Giovanni Bianco con Bergamo HPG23, e Piario e Lovere con Seriate; ma anche Romano con Treviglio): integrati significa favorire una costante cooperazione professionale tra il personale delle due strutture, con adozione di procedure e linee guida comuni e piena integrazione nelle strutture dipartimentali che devono essere unitarie. L’integrazione deve riguardare anche la tecnologia, con la messa in rete delle strutture diagnostiche e la lettura a distanza dei referti.
- La proposta, avanzata per i punti nascita, di far ruotare il personale su più presidi può risultare controproducente e disincentivare il reclutamento di nuovo personale, specie per le discipline dove c’è carenza di specializzati.
- i “piccoli ospedali” non dovrebbero avere come bacino di riferimento soltanto la propria ristretta area territoriale ma dovrebbero, anche da questo punto di vista, essere pienamente integrati con l’ASST di riferimento. Sia per la chirurgia che per l’attività ambulatoriale andrebbero integrate le liste d’attesa ottenendo, da un lato, una riduzione dei tempi di attesa e dall’altro un aumento dei volumi di attività per le piccole strutture (quindi una garanzia di sicurezza per il futuro).
Queste strutture vanno difese e valorizzate, sia per il ruolo che possono svolgere a tutela della salute, sia per gli ingenti costi economici che la collettività ha sostenuto per la loro anche recente ristrutturazione (Piario), sia – lo si dice poco, ma è importante anche questo – per i risvolti occupazionali, con posti di lavoro significativi in aree svantaggiate anche da questo punto di vista. Ma la difesa di queste strutture deve avvenire nel rispetto di norme e standard che sono stati definiti non per finalità ragionieristiche ma a garanzia della salute degli utenti. Fare dei “punti nascita” una questione dirimente di principio può giovare poco. Meglio puntare su prestazioni sanitarie oggi molto richieste e con bisogni ampiamente insoddisfatti. Il lasso di tempo concesso dalle deroghe, che è giusto chiedere e che si spera di ottenere, dovrà essere utilizzato non per lasciare le cose come stanno ma per trovare valide soluzioni alternative per l’assistenza al parto e per una riconversione che da un lato dia sicurezza e stabilità al presidio ospedaliero, e dall’altro lato risponda a bisogni diffusi. Il continuo e tendenziale calo delle nascite (tranne che per le aree con elevato tasso di immigrazione, ma non è il caso né della Val Brembana né dell’alta Val Seriana) riproporrà inesorabilmente il problema tra pochi anni in forma più aggravata. Meglio pensarci per tempo. La progettazione del ruolo futuro di questi presidi non dovrà avvenire al chiuso delle Direzioni Aziendali, magari sotto la spinta di lobby professionali o politiche, ma con un ampio dibattito pubblico basato su dati epidemiologici certi, tuttora mancanti: domanda inevasa, mobilità sanitaria attiva e passiva nel territorio, tasso di occupazione dei posti letto. Solo così gli enti locali, le forze sociali e politiche, l’ampio mondo delle associazioni e del volontariato sanitario potranno contribuire consapevolmente e responsabilmente alle scelte.
Bergamo. 8 febbraio 2017.
(or amb)

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Ministero della salute
DECRETO 2 aprile 2015, n. 70.
Regolamento recante definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera.

9.2.2 Presidi ospedalieri in zone particolarmente disagiate
Le regioni e le provincie autonome di Trento e di Bolzano possono prevedere presidi ospedalieri di base per zone particolarmente disagiate, distanti più di 90 minuti dai centri hub o spoke di riferimento (o 60 minuti dai presidi di pronto soccorso), superando i tempi previsti per un servizio di emergenza efficace. I tempi devono essere definiti sulla base di oggettive tecniche di misurazione o di formale documentazione tecnica disponibile. Per centri hub and spoke si intendono anche quelli di regioni confinanti sulla base di accordi interregionali da sottoscriversi secondo le indicazioni contenute nel nuovo patto per la salute 2014-2016.
Tali situazioni esistono in molte regioni italiane per presidi situati in aree considerate geograficamente e meteorologicamente ostili o disagiate, tipicamente in ambiente montano o premontano con collegamenti di rete viaria complessi e conseguente dilatazione dei tempi, oppure in ambiente insulare.
Nella definizione di tali aree deve essere tenuto conto della presenza o meno di elisoccorso e di elisuperfici dedicate.
In tali presidi ospedalieri occorre garantire una attività di pronto soccorso con la conseguente disponibilità dei necessari servizi di supporto, attività di medicina interna e di chirurgia generale ridotta. Essi sono strutture a basso volume di attività, con funzioni chirurgiche non prettamente di emergenza e con un numero di casi insufficiente per garantire la sicurezza delle prestazioni, il mantenimento delle competenze professionali e gli investimenti richiesti da una sanità moderna.
Tali strutture devono essere integrate nella rete ospedaliera di area disagiata e devono essere dotate indicativamente di:
- un reparto di 20 posti letto di medicina generale con un proprio organico di medici e infermieri;
- una chirurgia elettiva ridotta che effettua interventi in Day surgery o eventualmente in Week Surgery con la possibilità di appoggio nei letti di medicina (obiettivo massimo di 70% di occupazione dei posti letto per avere disponibilità dei casi imprevisti) per i casi che non possono essere dimessi in giornata; la copertura in pronta disponibilità, per il restante orario, da parte dell’equipe chirurgica garantisce un supporto specifico in casi risolvibili in loco;
- un pronto soccorso presidiato da un organico medico dedicato all’Emergenza-Urgenza, inquadrato nella disciplina specifica così come prevista dal D.M. 30.01.98 (Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza) e, da un punto di vista organizzativo, integrata alla struttura complessa del DEA di riferimento che garantisce il servizio e l’aggiornamento relativo.
E’ organizzata in particolare la possibilità di eseguire indagini radiologiche con trasmissione di immagine collegata in rete al centro hub o spoke più vicino, indagini laboratoristiche in pronto soccorso. E’ predisposto un protocollo che disciplini i trasporti secondari dall’Ospedale di zona particolarmente disagiata al centro spoke o hub. E’ prevista la presenza di una emoteca. Il personale deve essere assicurato a rotazione dall’ospedale hub o spoke più vicino.