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La proposta di sostituire il Servizio Sanitario Nazionale con Fondi aziendali non garantisce né equità né efficienza

Entusiasmo di Sole24ore e Confindustria per un doppio servizio sanitario, uno pubblico per i poveri e uno a finanziamento aziendale per chi può pagare
IL PASSAGGIO DAL SERVIZIO SANITARIO UNIVERSALISTICO A FONDI AZIENDALI O CONTRATTUALI NON GARANTISCE NÉ EQUITÀ NÉ EFFICIENZA

Entusiasmo sul Sole24ore di oggi (1 febbraio) per il “nuovo modello USA” proposto dall’accordo tra Amazon, JP Morgan e Buffet per la gestione del welfare sanitario direttamente da parte delle aziende in alternativa a quello pubblico (che peraltro negli USA ha i buchi che tutti conosciamo). Confindustria entusiasticamente parla, per bocca del suo presidente, di “industria della salute come driver anche per l’estero”.
Che il servizio sanitario produca posti di lavoro (nel pubblico e nel privato) e favorisca la crescita non c’è alcun dubbio; ma questo effetto economico non deve essere scambiato per la finalità del servizio sanitario e neppure va scambiato il sistema misto pubblico/privato nell’erogazione dei servizi sanitari con il sistema misto o alternativo nel finanziamento e nell’accesso ai servizi tramite fondi aziendali o di categoria.
Sempre sul Sole24ore di oggi il presidente del gruppo “Scienze per la vita” di Confindustria dice chiaro e netto, senza diplomazia, che l’obiettivo è che “il sistema sanitario pubblico garantisca le cure ai meno abbienti e ai casi più gravi e complessi”. Quindi una sanità per i poveri e una sanità per chi può pagare di più.

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In arrivo le lettere di Regione e ATS per la scelta del 'Gestore' dei percorsi di cura per i malati cronici

“nuovo percorso di presa in carico del paziente cronico e/o fragile”
IN ARRIVO LE LETTERE DI REGIONE E ATS PER LA SCELTA DEL “GESTORE” DEI PERCORSI DI CURA PER I MALATI CRONICI
sono molti gli aspetti critici del nuovo modello che stravolge il ruolo dei medici di base e degli specialisti, senza garanzie di una più efficace presa in carico dei pazienti

Sono già state spedite dall’ATS le prime lettere ai malati cronici per informarli sull’avvio del nuovo modello regionale di presa in carico dei malati cronici e per invitarli, in prima battuta, a recarsi dal proprio medico di medicina generale (MMG) per essere aiutati nella scelta del “gestore”.
Ma cosa dovranno scegliere i pazienti? Dovranno scegliere prima di tutto se aderire o non aderire al “nuovo modello”. Se scelgono di non aderire proseguono con le modalità precedenti; con l’adesione al “Percorso di presa in carico del paziente cronico e/o fragile” (DGR 7655 del 28/12/2017) il paziente, invece, deve scegliere un “Gestore” con il quale stipulare un “Patto di cura” cioè un vero e proprio contratto con impegni reciproci. Il paziente si impegna ad aderire alle terapie e alle indicazioni previste dal “Piano assistenziale individuale” (PAI) predisposto dal Gestore, il quale, oltre a predisporre il PAI e a controllare che il paziente lo segua davvero, si prenderà carico della prenotazione degli esami e visite specialistiche previsti nel Piano.
I medici di medicina generale possono assumere il ruolo di “gestore” solo se associati a delle cooperative. E qua sta il primo problema. In provincia di Bergamo i medici di famiglia che hanno aderito al progetto regionale sono il 57% (in realtà un po’ meno perché dal conteggio sono stati esclusi i medici più anziani), quindi circa la metà degli assistiti si troverà a poter scegliere il proprio medico di medicina generale mentre i pazienti dei MMG non aderenti alle cooperative dovranno scegliersi un gestore tra le tre ASST (le ex Aziende Ospedaliere: Bergamo, Treviglio e Seriate) o altri privati accreditati come gestori. Un numero modesto di MMG si è proposto con il ruolo di “co-gestore”, ovvero una forma di collaborazione parziale con gestori diversi dai medici curanti. È questo, forse, il punto più debole della riforma adottata in Lombardia perché, a seconda della scelta del proprio medico, il paziente avrà un trattamento oppure un altro e non sarà neppure tutto così semplice come recitano i volantini informativi.

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Esenzione Ticket: accanimento senza tregua

ESENZIONE TICKET. ACCANIMENTO SENZA TREGUA: DOPO DISOCCUPATI E PRECARI ORA È LA VOLTA DI INVALIDI E PAZIENTI CRONICI
nuova ondata di verbali con sanzioni per presunte evasioni fiscali; ora l’oggetto sono i ticket sulle prestazioni farmaceutiche

Niente biglietti di auguri natalizi ma fioccano le raccomandate di “Atti giudiziari”, missive che ancor prima di essere lette nel merito, generano ansia e timore nei destinatari.
Questa volta nel mirino di ATS e Regione sono entrati i malati che avrebbero evaso il pagamento dei ticket sui farmaci rilasciando domande di esenzione con “dichiarazioni mendaci” rendendosi responsabili di “violazioni all’art. 76 del D.P.R. 28/12/2000 n. 445 e all’art. 316 ter del Codice Penale”. Le violazioni contestate risalgono agli anni 2011 e 2012 e lasciano prevedere nuove ulteriori ondate per gli anni successivi.

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Picchi di accessi al pronto soccorso. Una risposta insufficiente a un bisogno ordinario e prevedibile.

L’Assessore regionale Gallera annuncia uno stanziamento straordinario per ridurre le attese nei Pronto Soccorso in vista di picchi di accessi per l’influenza
una risposta episodica e insufficiente – quel che serve è adeguare gli organici per gestire ordinariamente anche i picchi di accesso

L’Assessore Regionale Gallera ha annunciato in una news lo stanziamento di “4 milioni a strutture sanitarie per fermare sovraffollamento Pronto soccorso in vista picchi influenza”.
Il problema dei picchi di accesso al pronto soccorso esiste e non è certo limitato all’eccezionalità dei periodi di epidemie influenzali. Le attese in pronto soccorso prima di avere un posto letto nelle degenze sono realtà che i cittadini vivono costantemente, soprattutto tra il venerdì e il lunedì.

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Rapporto SDA-Bocconi. Condizioni economiche e accesso alle cure

CONDIZIONI ECONOMICHE E ACCESSO ALLE CURE:
IL RAPPORTO SDA BOCCONI CONFERMA L’ESISTENZA DI PROFONDE DISUGUAGLIANZE
Anche l’attuale campagna conto i presunti “falsi disoccupati” evasori dei ticket allontana i settori più poveri dall’accesso alle cure.

Uno studio della SDA Bocconi, reso pubblico ieri, ha documentato quanto già era ben noto circa i condizionamenti economici nell’accesso alle cure. In estrema sintesi, il Rapporto “La spesa sanitaria delle famiglie italiane per voci di spesa” dice che le cure pagate direttamente dalle famiglie (la cosiddetta spesa “out of pocket”) è più alta nelle regioni più ricche (e questa è un’ovvietà) e che le regioni più ricche (e anche questa è un’ovvietà) sono proprio quelle dove il servizio sanitario funziona meglio, come documentato dalla “Griglia LEA” che indaga l’attuazione dei LEA in ogni regione. Ma sono due ovvietà non banali che si prestano a riflessioni interessanti. Infatti il Rapporto consente di dedurre che, dove il servizio sanitario offre meno, i cittadini chiedono meno; cioè si conferma che nel campo della salute è decisiva l’offerta (quindi sono la qualità e quantità dei servizi che determinano la domanda); in secondo luogo dal Rapporto si deduce che ci si cura di meno nelle famiglie con meno risorse economiche (cioè l’universalismo è solo nominale se non ci sono anche livelli di uguaglianza sociale accettabili).