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Gli Ordini dei medici di tutte le province della Lombardia contestano la gestione regionale dell’epidemia COVID-19 e avanzano alcune proposte

Gli Ordini dei medici di tutte le province della Lombardia contestano la gestione regionale dell’epidemia COVID-19 e avanzano alcune proposte

Si sta sempre più ingrossando il fiume delle critiche all’operato della Giunta Regionale nella gestione dell’emergenza COVID-19. Critiche non pregiudiziali e non ideologiche ma concrete e strettamente attinenti a come la Regione si è comportata rispetto ad alcune precise criticità: la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori sanitari, la grave situazione nelle RSA, la trasparenza sul numero dei deceduti e dei positivi, il continuo conflitto (invece che la collaborazione) con la Protezione Civile e il Governo nazionale, e infine la non disponibilità a mettere in discussione il “modello” anche quando è risultato evidente che l’aver lasciato in secondo piano il ruolo della medicina di territorio (Medici di Medicina Generale, Distretti, Assistenza Domiciliare) ha fatto confluire sugli ospedali un carico di pazienti, ormai aggravati, ben difficilmente sostenibile, con la catastrofe di lutti e sofferenze che tutti conosciamo.

Carenza di medici di assistenza primaria: raddoppiata in un anno

Carenza di medici di assistenza primaria: raddoppiata in un anno

Il Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia pubblica oggi l’elenco degli Ambiti territoriali carenti di assistenza primaria: i posti vuoti in attesa di copertura sono 84, l’anno scorso alla stessa data (BURL 27 marzo 2019) erano 44. Ad essere particolarmente colpiti dalla carenza di medici sono tutti gli ambiti di montagna e persino territori collinari (Casazza, Sarnico, Sovere, Selvino, Brembilla).
Una drammatica carenza destinata a non essere superata tanto in fretta perché bisogna attendere che i medici iscritti all’apposito corso di specializzazione acquisiscano il titolo.
In un momento così difficile è una difficoltà in più.

Bergamo. 25 marzo 2020.
(or amb)

Un drammatico appello dei medici impegnati nelle cure al Papa Giovanni XXIII

“Il coronavirus è l’Ebola dei ricchi e richiede uno sforzo coordinato e transnazionale”
“stiamo imparando che gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del Covid-19”
i firmatari dell’appello propongono un radicale cambio di prospettiva

Un gruppo di medici del Papa Giovanni direttamente impegnati nelle cure di pazienti COVID-19 ha diffuso, su una rivista internazionale, un drammatico appello a ripensare l’organizzazione dei sistemi sanitari e di quello lombardo in particolare.
Ecco il testo, tradotto in italiano da Fabio Sabatini, professore associato alla Sapienza di Roma.

“Lavoriamo all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, una struttura all’avanguardia con 48 posti di terapia intensiva. Nonostante Bergamo sia una città relativamente piccola, è l’epicentro dell’epidemia con 4.305 casi, più di Milano e di qualsiasi altro comune nel paese.

Il "chiudiamo tutto" di Regione Lombardia diventa nei fatti un chiudere niente

L’irresistibile pulsione di Regione Lombardia a volersi differenziare dal Governo nazionale, anche in momenti di gravissima difficoltà fa solo confusione e danno

Con un percorso difficile e complesso il Governo ha pubblicato, col DPCM 22 Marzo, l’elenco delle attività produttive ed economiche possibili mentre tutte le altre vengono sospese. Un lavoro difficile, concordato con le parti datoriali e sindacali, difficile perché si tratta di individuare concretamente quali attività è assolutamente indispensabile che restino attive e quali invece no.
Mentre questo lavoro procedeva, nei giorni scorsi, è continuata un’irresponsabile e martellante campagna di Regione Lombardia all’insegna dello slogan “chiudiamo tutto!”; uno slogan, appunto, che se applicato così com’è stato proclamato, avrebbe portato alla paralisi del Paese, comprese le attività sanitarie.

La nomina di Bertolaso: una dannosa trovata pubblicitaria

La nomina di Bertolaso: una dannosa trovata pubblicitaria.
NON SARÀ UN IMPROVVISATO MESSIA CHE CI POTRÀ SALVARE

Anche se fosse un premio Nobel – e non lo è – non potrebbe farci nulla. Non potrebbe farci nulla perché i problemi sono grossi e non risolvibili con la trovata di chiamare un “salvatore”.
In primo luogo perché ci sono problemi oggettivi, indipendenti dalle scelte politiche, e si tratta del fatto che il virus 2019-nCOV è nuovo e sconosciuto e per l’uomo non esiste un’immunità preesistente, come si vede dalla rapidissima diffusione, ormai planetaria.